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Friday, June 13, 2014

Rolling Stone intervista i Daft Punk

Fonte: Flickr - Autore: Speed38Bump

Recentemente, la rivista Rolling Stone ha pubblicato una interessante intervista ai Daft Punk, che rivela il lato giocoso e scherzoso del duo francese e allo stesso tempo parla di quanto essi siano misteriosi, lavorino sodo e si impegnino affinchè la musica sia sempre ad alti livelli.


Fonte: Flickr - Autore: Juliana Luz


Il giornalista Jonah Weiner, si reca presso il loro studio a Parigi e realizza una delle più interessanti e introspettive interviste mai realizzate a questo duo formidabile.

L'intervista completa si può trovare sul sito ufficiale del periodico Rolling Stone

Debora Del Vecchio
Il lato social
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Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Il fenomeno Daft Punk

I Daft Punk - Fonte: Flickr - Autore: Marsmet Tallahassee
I Daft Punk sono un gruppo musicale di musica elettronica fondato nel 1992 dai parigini Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, che può definirsi, per critica e vendite, una delle collaborazioni più significative di ogni tempo nell'ambito della musica elettronica.

Il nome "Daft Punk" deriva, come si può leggere dalla pagina relativa su Last.fm, da una recensione del loro primo lavoro apparsa sulla rivista britannica Melody Maker (quando ancora i due si facevano chiamare “Darlin’”), in cui la loro collaborazione era stata definita “un gruppetto di stupidi teppisti” (“a bunch of daft punk”).

Il primo album, Homework, risale al 1996 portato in vetta dal singolo “Da Funk”, che ottiene un notevole successo, insieme al singolo Around The World, che catalizza l’attenzione e diventa un enorme successo commerciale, anche grazie a un videoclip non indifferente. Apparentemente può essere scambiato come un singolo usa e getta, ma il ritmo e la sua semplicità lo rendono un tormentone. Homework fu riconosciuto come uno dei più influenti album degli anni Novanta.

I Daft Punk non sono semplici “rielaboratori” di antiche idee, i loro dischi sono pieni di piccoli capolavori che, aiutati da ottimi videoclip riescono sempre a sfondare e a creare scalpore.

Nel 2001 esce il secondo album, Discovery, un prodotto, che grazie alla disponibilità di maggiori mezzi a disposizione, è un prodotto innovativo, retrò e critico al tempo stesso. E' innovativo perché presenta numerose idee nuove e retrò rimangono presenti rimandi al passato. Perché è anche critico? Perché non presenta semplicemente la musica degli ultimi decenni, ma la rimiscela, taglia, ingloba e aggiusta creando un prodotto nuovo. Qui il minimalismo sonoro chiave nei Daft Punk viene messo da parte per dare spazio alla voce, precedentemente assente.

Il nome dell’album Discovery, svelò il gruppo, derivava da un paragone da essi fatto con la fase di scoperta che si sperimenta nell’infanzia, simboleggiando la loro nuova attitudine giocosa e aperta nei confronti della musica.

La cover dell'album Discovery - Fonte: Flickr - Autore: Jeremy Chan

Se in Homework avevano giocato a inventare piccoli capolavori elettronici con il minimo dispiego di forze, in Discovery, la missione è più dispendiosa: rielaborare idee musicali degli ultimi decenni (se stessi compresi) per fornirne un'interpretazione critica e nostalgica.

Nel 2005, in pochissimo tempo, esce l’album Human After All che spiazza tutti creando una critica divisa a metà, alcuni lo amano, altri lo ritengono un flop: in ogni caso, fa parlare di sé.

Dopo una grande attesa, esce nel 2013 l’album Random Access Memories, album dalla vena autoreferenziale e romantica, è l’album dei ricordi, dell’infanzia, è ortodosso e assolutamente fedele alla linea, tenta di giocare spesso su un equilibrio che a volte si spezza. E' la rivendicazione di quel che sono e di quel che sono stati i Daft Punk.

La cover dell'album Random Access Memories in una fanart - Fonte: Flickr - Autore: Laurent Peugniez

Il singolo Get Lucky, come si può leggere su La repubblica XL ha stabilito il record assoluto in streaming su Spotify ed è in vetta su iTunes in 45 paesi.

I Daft Punk live - Fonte: Flickr - Autore: André Felipe

Debora Del Vecchio
Il lato social
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Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Post produzione e riproduzione

Fonte: Flickr Photo by: velo_city

A differenza della musica classicamente intesa, la musica elettronica dopo essere stata composta necessita di ulteriori trattamenti.

Dopo la produzione della musica elettronica, ossia una volta creato il disco con – per esempio - Ableton, è necessario un intervento di post produzione: il disco viene quindi mandato in studio per il mastering. Il mastering è il processo fondamentale per creare il master di un album musicale partendo dalle tracce ottenute dopo il missaggio. Il master è quindi la copia dalla quale verranno stampate tutte le altre.

Il Mastering ha lo scopo di amalgamare i brani presenti su un album decidendone la scaletta, le pause tra i brani e uniformandone i volumi, la risposta in frequenza e l'immagine stereofonica e poi serve per ottimizzare la resa sonora dei brani rispetto al supporto su cui verrà stampato l'album (cd, DVD, vinile o altro) facendo sì che il disco riesca a suonare al meglio su qualsiasi supporto venga riprodotto. Una volta subito questo processo il disco è pronto per essere riprodotto, tramite giradischi oppure cdj, come spiegato nel mio precedente articolo.

Fonte: Flickr Photo by: Luke the look

Il lavoro del dj da questo punto in poi sta nel mettere alla stessa velocità i brani (in genere ai 128 bpm). Inoltre è possibile utilizzare altre funzioni come per esempio il loop che prende una regione del disco e la ripete, cosa che non si potrebbe fare con i vinili senza timecod.

Un altro strumento molto importante per il dj sono le cuffie: questo strumento è fondamentale infatti permette di eseguire il preascolto del brano per poterlo mettere a tempo con il brano successivo mentre il pubblico sta ascoltando il master, ossia il brano in esecuzione. E con questo articolo si può dire concluso il ciclo produttivo della musica elettronica.

Elena Masia
Il lato tecnico
S195086 

L’articolo è stato scritto interamente da me sulla base delle conoscenze acquisite da Andrea Serramoglia e Paolo Macrì che svolgono l’attività di dj nel paese in cui vivo.

Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Monday, June 09, 2014

YouTube: dal 2005 padre della promozione musicale

Attuale logo YouTube - Fonte: Wikimedia Commons

Nove anni dopo la sua apertura, nel lontano 2005, YouTube continua ad essere il miglior mezzo di comunicazione e promozione video, musicale e no, che l'uomo abbia visto nell'intera storia del web.

Fin dalla sua nascita si palesa agli occhi dei suoi utilizzatori la grandiosa potenza di questo strumento che, gratuitamente e inizialmente senza grossi limiti d'utilizzo era in grado di diffondere ad un pubblico pressoché infinito il messaggio di ognuno. 

Il mondo della promozione ha una svolta: la facilità con cui è possibile trasferire le proprie tracce online è stupefacente; nasce una vera e propria nuova forma di comunicazione legata all'aspetto video (dall'animazione e la coordinazione audio al più moderno concetto di video "virale"); si da il via alle personalizzazioni del proprio canale; nasce la ricerca e la trasmissione della propria immagine e del proprio gusto personale, espresse tramite diverse piattaforme in grado di garantire uno "spazio" privato e personale (con i relativi eccessi); c'è un salto importante nelle capacità e nelle potenzialità delle piattaforme web, a partire da quelle già esistenti mosse all'aggiornamento per mantenere una competitività di mercato.


Un esempio di layout Myspace - Fonte: Black Default Layouts For Myspace

Si manifestano ben presto personalità (sotto forma di canali) con il preciso obiettivo di diffondere al loro pubblico contenuti audiovisivi ricavati da piccole realtà in attesa di essere messe in luce. Si assiste, in sostanza, alla genesi dei primi canali di promozione. Col passare del tempo questo tipo di promozione diventa moda, e i canali nati negli anni con questo obiettivo sono innumerevoli, sia come collettivi di artisti sotto l'ala protettrice di un personaggio privilegiato, sia sotto forma di autopromozione messa in atto da artisti singoli.

Con il passare degli stili, delle tendenze e, non ultimo, del tempo, quasi la totalità dei canali originari sono scomparsi per far spazio ai nuovi, più moderni e di tendenza. Questo rientra perfettamente nella filosofia dell'intera questione, in cui un ricambio di materiale e mezzi di diffusione è fondamentale per il progresso e lo sviluppo della musica elettronica.


Logo e slogan del canale Liquicity - Fonte: Liquicity on Deviantart


Alcuni canali, tuttavia, sono sopravvissuti al passare delle mode e degli anni, grazie a più o meno lievi cambiamenti di rotta, alle capacità delle singole personalità di catturare l'interesse del sempre nuovo pubblico, ma nella gran parte dei casi semplicemente grazie alla genericità e all'importanza del genere trattato. Ne sono ottimo esempio canali come Liquicity, attivo dal 2008 e promotore di musica Chill/Drum 'n' Bass; UKF, attivo dal 2009 e promotore di diversi "gusti" di musica elettronica, dalla Dubstep alla Drum 'n' Bass, alla elettronica generica; il canale ufficiale di Skrillex, attivo dal 2010 e ottimo esempio di autopromozione del proprio lavoro di genere Dubstep.


Andrea Grasso
Il lato eventistico
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Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Wednesday, June 04, 2014

Intervista a Lupo Alberto - Disk Jockey negli anni '70

Picture of Disc jockey Paul Anderson on air for KMSC radio. Photo by Mnstate


Al giorno d’oggi tutti noi sappiamo cosa si intende per “dj”. Ma se chiediamo a un ragazzo degli anni ’70, la risposta non coincide esattamente con la nostra.



Parlami della tua esperienza.

All’epoca quasi tutti i disc jockey iniziavano nelle radio locali nella quale c’erano poche risorse, tant’è che molte volte i dischi venivano acquistati dal dj stesso. Per un paio d’anni ho lavorato in una radio locale, Radio Moncalieri Centro, e nel frattempo feci diversi provini in radio più grandi, ma vista la mia giovane età (ero minorenne) non potevo essere contrattualizzato.

Cosa faceva un dj in una piccola radio locale?

Per quanto riguarda la mia esperienza e dei colleghi che ho conosciuto, ci si occupava di tutto. Si predisponevano gli orari dei programmi in base anche alle proprie esigenze, ci si occupava dalla gestione del mixer alla realizzazione della scaletta, e anche all’inserimento degli inserti pubblicitari, che erano la linfa vitale per tenere in piedi una radio privata. Mi ricordo che ci fu un periodo in cui eravamo stati obbligati a fare i broker pubblicitari della nostra stessa radio.


Hai lavorato solo in radio?

No, successivamente ho lavorato in una discoteca in una località turistica montana, ed è stata un’esperienza bellissima in quanto avevo un rapporto diretto con il mio pubblico.


Ma che differenza c’era tra lavorare in radio e in discoteca?

In radio tu non vedi il pubblico, ti accorgevi dell’indice di gradimento dalle telefonate (gli SMS non c’erano ancora) e quindi ti rapportavi sostanzialmente con l’amministrazione della radio che valutava la bontà del tuo programma in funzione della raccolta pubblicitaria. In discoteca invece si veniva a creare un rapporto diretto con il tuo pubblico ed eri il centro della serata. La riuscita della serata dipendeva esclusivamente da te, se riuscivi a coinvolgere il pubblico in sala: eri considerato un bravo dj in funzione delle scelte musicali e della capacità di mantenere un ritmo sostenuto. In ogni caso sia in radio che in discoteca diventava importante la voce del dj per creare l’atmosfera che ci si era prefissati.


Cosa faceva esattamente un dj di quegli anni che lavorava in discoteca?

Il mio compito era quello di coinvolgere il pubblico, cercando di capire quali erano i gusti. E per intrattenere ovviamente mixavo la musica. Per farlo utilizzavo un mixer e due piatti e poi c’era anche il mixer delle luci. Si faceva partire un brano, poi verso la fine in cuffia ascoltavi l’inizio del secondo brano: trovato il punto di aggancio c’erano due tipi di mixaggio: quello sfumato ossia la sovrapposizione dei due brani, e quello secco, lo stacco. Interrompevi e partivi con il nuovo brano. Un buon dj ovviamente era apprezzato sugli sfumati quando non ti accorgevi di passare da un brano all’altro. In più c’era il mixer delle luci gestiva le luci psicodeliche che si accendevano alternativamente a tempo di musica e c’era un apparecchio in cui potevi regolare i vari toni e la sensibilità della luce. Poi c’era la strobosfera, fondamentale dopo il film Saturday Night Fever! E per i pezzi più rock si usava la stroboscopica che veniva sincronizzata manualmente con il pezzo che si ascoltava.


Secondo te il dj come viene oggi definito, è lo stesso degli anni 70?

Ai miei tempi il dj radiofonico era uno e faceva tutto: oggi c’è la regia, l’addetto alla consolle e poi c’è lo speaker. Direi che è decisamente cambiato il dj radiofonico rispetto a quello degli anni 70. Per quanto riguarda i dj che lavorano nelle discoteche al giorno d’oggi, in un certo senso mi ritrovo: il dj è sempre il centro della discoteca. Credo però che il dj odierno, pur non essendo producer, si confronti con strumentazioni molto più complesse rispetto a quelle che utilizzavo io.


Faresti il dj oggi, con la musica odierna?

Credo di no, non la capisco proprio la musica odierna! (ride)


Lupo Alberto chiude così l’intervista, divertito dal salto generazionale che ha vissuto. In conclusione, come emerge dall’intervista il ruolo del dj non è cambiato molto, si può dire che si sia semplicemente evoluto, soprattutto grazie all’aiuto dato dall’era digitale.



Elena Masia
Il lato tecnico
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Tuesday, May 20, 2014

Il dj producer e la produzione della musica elettronica

Come in ogni tipo di musica, il momento più importante è quello della produzione.

Mentre i musicisti tradizionali utilizzano strumenti musicali, nel campo della musica elettronica esistono diverse strade: quella analogica e quella digitale. Per quanto riguarda la produzione attraverso strumenti analogici, i dj producer utilizzano i sintetizzatori, ossia strumenti e tastiere che producono il suono, che viene poi inserito nei vari programmi per la composizione.
Negli ultimi anni però i dj si sono rivolti sempre di più agli strumenti virtuali detti VST, Virtual Studio Technology. Si tratta di uno standard di plugin musicali creato da Steinberg, ideato per creare suoni in modo virtuale. Nasce nel 1997 ed ha successo fin dall'inizio grazie alla semplicità di realizzazione di plugin e alla presenza di un kit di sviluppo software reso pubblico gratuitamente.

Foto by ldandersen on Flickr
La diffusione dei Virtual Studio Technology fu una vera e propria rivoluzione nel campo musicale, infliggendo un duro colpo al mercato dell'hardware musicale. Alcuni produttori di strumenti e dispositivi musicali reali però, anziché soccombere, hanno collaborato con l’informatizzazione musicale. Sia con i sintetizzatori sia con questi strumenti virtuali si creano quindi i veri e propri suoni che andranno poi inseriti nei programmi adibiti alla composizione: i più utilizzati sono Ableton, Logic (Apple), Cubase e Reason. Il programma più utilizzato è Ableton. Questo software è relativamente semplice da utilizzare: ci sono due schermate, di cui la prima in cui si inseriscono le diverse sezioni per percussioni, basso e melodia, e il beat, ossia il ritmo, mentre nella seconda si crea l’arrangiamento, ossia “l’ordine” con il quale vengono inseriti i suoni. 

Foto by  Robert Gourley on Flickr
Quando si parla di produzione, entra in gioco il dj producer, ossia un dj che produce la propria musica che verrà riprodotta da lui stesso o da altri. È importante fare questa distinzione poiché non tutti i dj svolgono questo compito.

In conclusione, la produzione di musica elettronica può tranquillamente essere paragonata a quella della musica normalmente intesa; si tratta di una composizione artistica, e dunque anche i dj producer possono essere definiti veri e propri artisti musicali, anche se moderni.

Elena Masia
Il lato tecnico
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Fonti


Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)